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LE STELE DAUNIE
Il Museo di Manfredonia è letteralmente invaso dalle "stele daunie": ce ne sono moltissime, tutte ben esposte e costituiscono un florilegio delle migliaia che se ne sono trovate e raccolte in tutta la Daunia.
Una tappa obbligata è Manfredonia, nel cui museo, all'interno del castello fatto erigere nel XIII sec. da Manfredi, da cui prende nome la cittadina garganica, si conservano le misteriose stele daunie del VII-VI sec. a. C..
Si tratta di lastre di pietra, che, secondo una opinione molto diffusa, erano poste sulle tombe dei defunti. Sulle due facce della stele, dal taglio antropomorfo, sono incisi segni di figure geometriche a mo' di cornice (dischi, rombi, quadrati, svastiche), armature, scene di caccia e, per quelle femminili, pendagli, monili, ed altri ornamenti. Provengono dall'antica Salapia, la città delle saline, da Aecae (Troia), Melfi, Ascoli Satriano, Monte Saraceno, ma soprattutto, da Siponto, un antico scalo marittimo molto importante per le popolazioni garganiche dell'interno, abbandonato dagli abitanti per l'impaludamento della zona e per i continui attacchi ai quali era esposto; e da Arpi, posta a metà strada tra Lucera e Siponto, ben collegate tra loro, distrutta dai saraceni nell'XI sec., centro notevole della Puglia antica, alleata dei romani contro i sanniti e conquistata da Annibale dopo la battaglia di Canne. Disponeva di una possente cinta muraria. Numerose le tombe a grotticella rinvenute nel corso di varie campagne di scavo.
Scendendo più a sud incontriamo Herdonia, lambita dal Carapelle, notevole centro commerciale dell'antichità al centro di tre grandi vie di comunicazione: la Traiana, la Eclanense e una terza strada che la univa direttamente a Venosa in Basilicata, altra notevole colonia romana. Abitato danno divenuto rnunicipiurn romano: possono ammirarsi i resti del Foro, la piazza lastricata delimitata da colonne e i resti del mercato circolare. Per brevi tratti si può seguire quel che resta della cinta muraria che doveva essere imponente. Il patrimonio vascolare recuperato nelle numerose tombe portate alla luce scavate nella roccia e ricoperte di grandi lastroni, oltre che gli oggetti recuperati nel corso delle diverse campagne di scavo, danno una idea della ricca produzione della ceramica dauna.
Tra le città peucete che con l'arrivo dei Romani e l'ampliamento e sistemazione della Traiana diventano opulente per i traffici commerciali che l'attraversano e per le capacità imprenditoriali dei propri abitanti, Canosa, al confine tra la Daunia e la Peucezia, è certamente quella che più di tutte mostra la sua ricchezza. Quel che oggi resta di monumentale è ben poca cosa rispetto a quello che doveva essere la città romana.
La basilica di san Leucio sorse su un grandioso tempio pagano, uno dei tanti presenti a Canosa, del III sec. a. C. A pianta quadrata, tutta l'area era coperta da una grande cupola sostenuta da colonne con elegantissimi capitelli. Stupendo il pavimento a mosaico ricco di colori e di motivi geometrici e naturalistici.

Sempre più a sud, lasciando da parte quel che resta delle città daune nella vasta area pedemontana del Gargano, ricche di storia e di arte, ma che di monumentale oggi hanno ben poco da far vedere (ci si riferisce ad Arpi, Siponto e Salapia), c'è Canosa, l'antica Canusium, città potente e ricca all'incrocio anche questa di importanti vie di comunicazione. Qui la Traiana, che collegava i porti adriatici di Brindisi, Egnazia e Bari con Roma, era tagliata trasversalmente da un'altra importante strada che univa Venosa, in Basilicata (alla quale faceva capo la Via Erculea che, attraversando buona parte della Lucania, arrivava nella città di Orazio da Grumentum e Potenza), a Canne e a Barduli (Barletta), sull'Adriatico, un porticciolo che era lo sbocco al mare di Canosa e della stessa Canne. Sorprendono i numerosi monumenti di epoca diversa emersi qua e là sul territorio e che, comunque, non danno idea dello sviluppo della città in epoca romana. I resti delle chiese paleocristiane (grandiosi quelli della basilica di san Leucio del V-VI secolo, che insiste su un tempio pagano, con i giganteschi capitelli e gli ampi scampoli dei mosaici), l'arco onorario di Terenzio Varrone, il ponte romano, un'eccezionale opera di ingegneria idraulica, e una serie di ipogei a una o pi U camere, è quel che resta ti i una città che aveva terme, foro, numerosi mausolei, necropoli, domus, templi a non finire. E a dimostrazione della ricchezza e dello splendore di Canosa restano i ricchissimi corredi funerari recuperati nelle tombe del luogo: gioielli, olle, oinochoai, anfore, coppe, crateri, askos, piatti, figurine fittili, spesso realizzati dalle botteghe del posto. A Canosa, scendendo da nord attraverso la Traiana, si arrivava passando tra monumenti funerari posti ai lati del basolato come a Roma lungo l'Appia.
Non lontana da Canosa, troviamo Canne, nota per la vittoria di Annibale sui romani. Sulla collina, racchiusa da alte e spesse mura, dove si sono rinvenute testimonianze di un villaggio apulo e tracce di un insediamento dell'età del Ferro, si può ammirare, lungo il decumano che taglia in due la "cittadella", quel che resta della città romana, ma soprattutto medievale: fondamenta di case, strade interne, e poi colonne, are, miliari, cippi, posti ai lati del tracciato. I resti di due basiliche e di un Martyrium si trovano lungo il pendio laddove finisce il decumano e da doVe si può spaziare sulla pianura sottostante nel la quale si svolse la nota battaglia. Imponenti i resti del castello e le mura della città ricostruita in epoca altomedievale e poi abbandonata perché rasa al suolo nel 1083 da Roberto il Guiscardo. Proseguendo arriviamo a Ruvo, con la ricchezza e lo splendore del Museo Archeologico Nazionale, dove, tra centinaia e centinaia di vasi dauni, apuli, attici e corinzi, e "rhyta" (dei vasi per bere modellati a forma di corno con testa di animale), si conserva il grandioso cratere attico raffigurante la morte di Thalos, mitico custode di Creta.
Il Museo, che tuttora conserva il fascino d'un tempo e che è ubicato nel palazzo dei fondatori, prende forma grazie alla passione dei fratelli Giulio e Giovanni latta che nella prima metà dell'Ottocento collezionano un ingentissimo patrimonio vascolare, ma anche epigrafico, venuto alla luce dalla necropoli ruvese, quasi inviolata per secoli. «Se non fosse per il Museo — afferma, un pò ingiustamente, Ferdinand Gregorovius nel suo peregrinare in Puglia alla fine dell'Ottocento — Ruvo sarebbe priva di qualsiasi importanza, e difficilmente il forestiero vi metterebbe mai piede».
In verità della Ruvo monumentale romana resta ben poco per via delle sovrapposizioni, ma recandosi nella bella cattedrale romanica e scendendo nell'area sottostante si ha idea di quel che la città è stata nei secoli: vi sono infatti tracce dell'insediamento dell'età del Ferro, dell'abitato del V-IV secolo, dell'età romana e tombe e cisterne medievali.
Un discorso a parte merita Gravina, città peuceta dal nome Sides o Sidion, poi divenuta romana col nome di Silvium attraversata dalla Via Appia, della quale qua e là è emersa qualche traccia del selciato, posta ai confini con la Basilicata e quindi a contatto con le popolazioni lucane.
Sulla collina di Botromagno, che scende verso la gravina ove scorre il torrentello omonimo sul quale si affacciano numerose abitazioni rupestri, vi sono molte testimonianze della presenza dell'uomo si n dall'età del Ferro. Tracce di un villaggio a capanne, resti di edifici, di templi, di abitazioni e una grande necropoli con tombe a camera e semicamera, dalle quali sono venuti fuori prestigiosi corredi funerari conservati nel locale Museo E. Pomarici-Santomasi, stanno a testimonianza della storia antichissima del luogo.
Al centro di una ragnatela di strade molto trafficate, la ricca Gravina, per proteggersi dalle "attenzioni" delle città magnogreche del sud e delle popolazioni appenniniche, si dotò di possenti mura che comunque non la
protessero dagli attacchi delle popolazioni vicine. Il sito archeologico vasto circa 100 ha, da decenni è interessato a campagne di scavo di numerose missioni di Università straniere.
Non lontana da Gravina, troviamo Altamura che, per molti versi, ha una storia parallela. Posta anche essa ai confini con le popolazioni lucane, abitata sin dal Neolitico e ricca di testimonianze dell'età del Bronzo e del Ferro, la presenza di numerose specchie, il ritrovamento dei resti fossili dell' "homo di tipo arcaico", le stazioni di cavernicoli nel Pulo, la presenza di tombe a grotticella (età del Bronzo) e a fossa (VI-V sec. a. C.) a Casal Sabini (dove fu anche trovato il rarissimo osso a globuli proveniente dall'Oriente databile tra il 2000 e il 1900 a. C.) lungo la strada per Santeramo, dicono con chiarezza che Altamura, di cui non si conosce ad oggi il nome che aveva nell'antichità, è città le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Conserva tratti delle due cinte murarie del V-IV sec. a. C., reperti di tombe ricchissime di corredi (quella cosiddetta degli Ori sorprese non poco: accanto alla giovinetta sepolta vi erano orecchini, collane, anelli, specchio, tutta oreficeria di produzione tarantina) e ceramiche di produzione locale ed ellenica, dimostrazione, quest'ultima, dei rapporti intrattenuti con le città magnogreche e soprattutto con Taranto.
Sempre lungo la strada per Santeramo, in località masseria Pontrelli, possono vedersi le impronte di dinosauri di cui abbiamo detto prima. Molto materiale rinvenuto nel corso di campagne di scavo organizzate o occasionali lavori di scavo per fondazioni o per la rete idrica o fognaria (la città sorge purtroppo proprio sull'antico insediamento apulo), è conservato nel locale ricco Museo Archeologico Nazionale.
Spostandoci verso l'Adriatico, non possiamo non ricordare Rutigliano, dove a Castiello, accanto alla documentata presenza dell'uomo in età del Bronzo, vi sono tracce notevoli dell'antico insediamento di epoca romana con la cinta muraria, lunga quasi 3500 metri, larga 5 ed alta dai 4 ai 6 metri.
L'antica Azezio, citata nella tavola peutingeriana e negli itinerari di Strabone, ha riservato sorprese ai ricercatori per la ricchezza del patrimonio archeologico rinvenuto negli anni: crateri, vetri, figurine fittili, ambre, utensili in bronzo, tintinnabuli, ex voto.
Quasi identica è la storia di Conversano, l'antica Norba. Anch'essa posta sulla Traiana come Rutigliano, quindi attraversata sin dall'antichità più remota da correnti di traffico considerevoli. Abitata a partire dall'età del Bronzo, conserva, oltre al ricco materiale venuto fuori dalle tombe scavate in epoche diverse, un breve tratto della possente muraglia che circondava la città peuceta (VII-VI sec. a. C.).
Nel locale Museo si conserva materiale litico, fittile e in ossidiana dal Paleolitico all'età del Ferro venuto alla luce nel territorio circostante (Monopoli, Polignano a Mare, Rutigliano), oltre quello dell'abitato di Conversano. Si tratta di vasellame del IV sec. a. armi in bronzo, in ferro, nonché monete, terrecotte figurate, etc.: tutto dà il senso della ricchezza dell'area lungamente e fittamente abitata.
Dobbiamo ora spostarci più a sud nel territorio di Gioia del Colle, per incontrare un'altra città peuceta, Monte Sannace, lantica Turum di Plinio, un insediamento sviluppatosi nei secoli a partire dall'età del Bronzo.
Testimonianza dell'antica origine sono la triplice possente cerchia di mura a partire da quella costituita da pietrame informe che circonda l'acropoli, dove sono state rinvenute grandiose tombe a camera con dipinti coperte da lastroni, all'altra, del IV sec. a. C. a blocchi di tufo squadrati in alcuni tratti larga 4 metri e alta 6, che si snoda lungo l'insediamento peucetico in pianura, dove vi sono abitazioni ben allineate che si affacciano su ampie strade in parte anche lastricate.
Numeroso il materiale venuto alla luce sia dalle tombe sia dalle abitazioni: dal ricco vasellame di produzione locale a decorazione geometrica, a quello importato direttamente dalla Grecia o dalle polis greche di Taranto e Metaponto, agli ori, agli argenti, ai bronzi, alle ambre. Molto anche il materiale fittile di uso comune, dai pesi di telaio, ai mortai, alle macine. Una ricchezza di notevole dimensione che conferma come il luogo sia stato lungamente abitato per molti secoli.
Non si sa come sia potuto decadere un centro di così notevole importanza anche se già in epoca romana, lontano dalle grandi vie di comunicazione, deve aver subito una sorta di voluto isolamento. Secondo i più la città fu, comunque, definitivamente abbandonata nel I sec. a. C. dopo la guerra sociale. I quartieri in pianura erano stati lasciati qualche secolo prima.
Andiamo ora verso il mare, sull'Adriatico, dove incontreremo la grande area archeologica di Egnazia, l'antica Gnathia, distrutta da Totila nel 545. Con Brindisi ed Otranto, era la città portuale per antonomasia, quasi punto di arrivo della Traiana, la via che taglia l'antico vasto insediamento il cui selciato, qui, si conserva benissimo con le lastre ben incastrate tra di loro, con i segni dei carriaggi che lo hanno attraversato, con i paracarri ai lati del basolato, con quel bianco della pietra dura che non è mutato nei secoli. I romani, nel conquistare l'Oriente, utilizzarono largamente questo scalo, del quale restano tracce notevoli.
L'acropoli della città è a ridosso del mare su una penisoletta sulla quale doveva esserci un tempio andato distrutto; l'abitato, ben delimitato dalle strade interne, è molto leggibile, così come lo sono il foro e l'area dei templi. Dalla vasta necropoli con grandiose tombe a camera è venuto fuori un ricco materiale vascolare conservato nel museo all'interno dell'area archeologica. Gnathia ha dato il nome ad una particolare ceramica che si produceva non solo in questa città dalle caratteristiche ben precise: vernice nera brillante con sopra dipinti in rosso, giallo o bianco, motivi geometrici o maschere o volti o scene di satiri allegri che si inseguono tra di loro in mezzo a tralci e grappoli d'uva.
Dall'Adriatico allo Ionio per raggiungere Taranto, la capitale della Magna Grecia. Del suo antico splendore resta, purtroppo, ben poco (tombe a camera, qualche mosaico pavimentale, resti dell'acquedotto e delle mura) a causa delle sovrapposizioni che si sono succedute nei secoli e che hanno coperto letteralmente tutto quanto apparteneva all'antichità magnogreca e romana.


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