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TARANTO, LA SPLENDIDA
Fondata nel 706 a. C. dai Parteni guidati da Falanto che lasciarono Sparta e arrivarono in Italia, Taranto è l'unica colonia magnogreca di Puglia.
I Parteni erano figli nati nella potente città del Peloponneso durante la ventennale guerra messenica da genitori non sposati e che, unanimemente disprezzati, stavano tramando per impossessarsi del potere.
Scoperti,dopo aver consultato l'oracolo di Delfi, partono verso l'Italia e approdano a Saturo, nelle vicinanze di Leporino, prima di raggiungere Taranto, un'area già densamente abitata dagli Iapigi per la fertilità del territorio, per la vivacità del porto, per la ricchezza raggiunta dalle locali popolazioni che non permettono ai nuovi arrivati di penetrare subito verso l'interno

Il luogo, in verità, non doveva essere tanto nuovo ai cloni spartani se, una volta comunque insediati, sentono una sorta di comunanza antropologica con gli abitanti del posto i quali, stando anche ai risultati delle diverse campagna di scavo, dovevano essere i discendenti dei micenei e delle popolazioni egee che a Saturo, sullo Scoglio del Tonno nel Mar Piccolo, e in altri posti, avevano lasciato tracce della loro frequentazione avvenuta molti secoli prima, già nell'età del Bronzo. Non solo. Questo era il luogo nel quale si erano bene ambientati i soldati cretesi di ritorno dalla Sicilia verso la loro isola nel XIII sec. a. C. e che erano stati costretti a rimanere tra i Messapi, nel Salento.

La Taranto greca, che prende il nome dall'eroe eponimo Taras, sorge sicuramente attraverso una serie di lotte con popolazioni indigene che vengono sconfitte, sottomesse, annientate nel giro di non molti anni. E la nuova città si circonda di mura (al tempo di Archita erano lunghe 15 km e la città contava 30.000 abitanti), entro le quali si trovano l'Acropoli e il Foro dove vi erano grandi opere d'arte (l'Acropoli era dominata da un Ercole bronzeo, così come il Foro da una colossale statua di Giove, anche questa di bronzo, opera di Lisippo), numerosi templi, teatri, anfiteatri, grandi sepolcri monumentali, scuole, palestre…
Circondati com'erano da popolazioni ostili e molto bellicose (Messapi, Peucezi e Lucani), i Tarantini dovettero battersi a lungo per sopravvivere anche se la loro ambizione fu, per alcuni secoli, quella di allargare in Puglia la loro supremazia politico-militare.

Dopo una prima vittoria sugli Iapigi-Messapi, a seguito della quale fondarono piccoli avamposti a Gallipoli e a Otranto, nel 480 a. C., nonostante l'alleanza con l'esercito di Reggio, i magnogreci di Taranto furono clamorosamente sconfitti da un esercito iapigio formato da 20mila uomini.
Riallacciati i rapporti con le città vicine e quelle magnogreche con le quali fa un'alleanza per fermare Siracusa che con Dionisio il Vecchio, dopo aver sottomesso tutta la Sicilia, punta a conquistare le polis greche del Mediterraneo, Taranto cresce e si sviluppa. E sotto Archita, il filosofo pitagorico amico di Platone, divenuto “stratego massimo” (367-361 a. C.), la città si ingrandisce, rafforza il proprio esercito e la propria flotta, raggiungendo il massimo della propria potenza. Secondo Strabone 30.000 erano i fanti, 3000 i cavalieri, 1000 gli ipparchi.
Grazie a Platone e soprattutto alla influenza che ha su Dionisio il Giovane, tiranno di Siracusa, succeduto al padre, Archita riesce ad avere un ruolo notevole nella politica delle città greche tanto che Siracusa si battè contro i Lucani, mentre i Tarantini liberano Turii che da questi era stata conquistata. Alla morte di Archita, avvenuta intorno al 360, nella città ionica riprendono gli scontri feroci tra le diverse fazioni che lo statista-filosofo era riuscito per molti anni a tenere sotto controllo.
E la potenza delle città si indebolisce, tanto che dovendo a volte sostenere la pressione dei popoli vicini deve ricorrere spesso, ormai, alle armi straniere.
Nel 338 arriva in aiuto dei Tarantini contro i Messapi, Archidamo, re di Sparta, che muore sotto le mura di Mandria. Poi, nel 334, a sostegno dei Tarantini contro i Lucani giunge Alessandro il Molosso, re dell'Epiro, il quale, in verità, volendo emulare lo zio Alessandro Magno, pensava di allargare nell'Italia meridionale i propri domini. Infine, nel 303, i Tarantini, avendo i Lucani, questa volta appoggiati dai Romani, sotto le proprie mura, chiamarono in loro aiuto lo spartano Cleonimo il quale raccoglie un esercito di 20mila soldati e 2000 cavalieri. Tra questi molti mecenari ma anche soldati provenienti dalle città italiote e messapiche. Era la prima volta che i Tarantini combattevano con alleati che da sempre erano stati suoi nemici: tutti, questa volta, dovevano fare fronte comune contro i Romani che si servivano dei Lucani per penetrare nel Sud continentale.
Si sa come andò a finire. Cleonimo, con uno stratagemma studiato a tavolino con i Lucani, riuscì a rientrare in patria con 600 talenti d'oro e 200 fanciulle estorti ai Metapontini di fronte ai quali passò come liberatore, mentre Taranto sottoscrisse un accordo direttamente con i Romani, il trattato di Capo Lacinio (303-302), secondo il quale Roma riconosceva a Taranto la egemonia del Golfo sul quale affacciava.

L'accordo durò venti anni, poi, nel 282, le navi romane entrarono deliberatamente nel Golfo violando palesemente quanto sottoscritto. Di qui la guerra. Su invito dei “giovani e dei poveri” di Taranto favorevoli allo scontro, la conduzione delle ostilità contro Roma venne affidata a Pirro, re dell'Epiro, il quale, dopo varie battaglie durate dal 280 al 275, rientra in Grecia lasciando un presidio nella città jonica al comando di Milone che, nel 272, patteggia una dura resa con i Romani. Taranto diviene città foderata. Nel 212, però, durante la guerra annibalica, si ribella e si schiera con il cartaginese, così come faranno altre città pugliesi. Nel 209 Quinto Fabio Massimo la sottomette nuovamente, devastandola. Per Taranto è la fine. Divenendo municipio romano, della passata grandezza della città di Falanto c'è solo il ricordo. Anche il porto decade. È Brindisi a prendere il posto di città pugliese avamposto verso la Grecia.


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