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I CONTRASTI
Da est ad ovest, poiché la Puglia è stretta, in pochi chilometri si passa dalla costa alle colline premurgiane, ricche di colori, di frutteti, di vigneti, e poi alla Murgia, un'area immensa, desolata, poco abitata, brulla, arsa d'estate, con quel sole che spacca le pietre, con un leggero prato verde in primavera. Nella sua nudità, tuttavia, questa immensa area di pietra ha una certa suggestione: percorrere i circa trenta chilometri di Altamura e Gravina sino a Ruvo o a Croato, quasi sull'Adriatico, significa attraversare un paesaggio a tratti lunare. Pietre e roccia, roccia e pietre, con qua e là sprofondamenti vertiginosi (è il caso del Pulicchio e del Pulo di Altamura rispettivamente profondi 100 e 70 metri), che a volte, però, si nascondono tra i pini e che pur non mancano di una ricca e bassa vegetazione. Numerose le orchidee selvatiche. Qualche masseria ti dice che c'è vita, e solo in primavera, come dicevamo, arriva la conferma quando capre e pecore la fanno da padrone brucando tra i sassi e la roccia l'erba tenera che spunta spontaneamente.
E' l'area carsica pugliese per eccellenza, dove le acque, appena cadute, scompaiono nel sottosuolo.
E' questa la ragione nella quale si aprono grandi e profonde fenditure nel terreno, i grandi canyon pugliesi, veri e propri tagli nella roccia, dove migliaia di anni fa scorrevano fiumi ricchi d'acqua. Sono le cosiddette gravine, oggi attraversate da qualche rigagnolo, lungo le quali, nelle grotte naturali delle pareti scoscese, che in alcuni punti raggiungono anche i 200 metri, si è insediato l'uomo sin dalla preistoria e dove crebbe la cosiddetta civiltà rupestre.
Infatti, lungo queste gravine, tutte molto suggestive per flora ricchissima e selvaggia che si è sviluppata dopo che l'uomo si trasferì in pianura riemergendo dalle profondità della terra, sorsero veri e propri viaggi di cui restano tracce in molti grossi centri della Murgia.
Ma le acque non hanno scavato solo in superficie, hanno traforato la roccia e hanno creato, nel corso dei millenni, nella viscere della terra grandi cunicoli ed enormi grotte sotterranee. “Questo – scrisse Guido Piovene – è il Carso del Sud”. A Castellana Grotte il fenomeno si può ammirare in tutta la sua grandiosità. Chilometri di corridoi con “sale meno ampie, rispetto alle grotte di Postunia – è sempre Guido Piovene a scrivere -, ma più lunghi, più misteriosi e capricciosi” con “ più sfarzo di alabastri, più varietà di stravaganze, piogge da stalattiti ancora più fitte, ed una profusione di cortine diafane, dove la pietra diventa così sottile da imitare la muffa e il velo; e i soffitti di stalattiti di impareggiabile bianchezza”. E, a pochi chilometri, la Grotta del Trullo di Putignano, sulla provinciale per Turi, scoperta casualmente nel 1931, con grandi volte a campana e suggestivi percorsi.
In termini meno rilevanti ma non meno suggestivi, qui siamo però sulla alta costa salentina, non può non ammirarsi la Zinzulusa, grotta nei pressi di Castro.
Se risaliamo in pianura e diamo uno sguardo al paesaggio che ci circonda, non possiamo certamente dire che manchino le aree boschive, nonostante i disboscamenti operati nei secoli dall'uomo per recuperare spazi all'agricoltura, e nonostante la scarsità d'acqua.
Nelle aree interne è diffusa la presenza di pini d'Aleppo, di lecci, di carrubi e di frangi, una delle querce tipiche della Puglia. Boschi di fragno crescono sulla Murgia orientale ed isolati possiamo ammirarli, maestosi, con la loro alta e vasta chioma lungo la strada che va da Matera a Gioia del Colle, ma anche nella campagna di Santeramo, di Putignano, di Mottola. Una curiosità. Il legno del fragno, resistente e duttile, fu utilizzato per secoli per la realizzazione di imbarcazioni: non è un caso, come riferiscono Antonio Sigismondi e Nicola Tedesco, che la Serenissima comprò, nel 1945, vastissimi appezzamenti di terreno, dove insistevano boschi di fragni, per la costruzione dei grandi galeoni che solcavano tutto il Mediterraneo.
Accanto al fragno, altra quercia tipica della Puglia è la vallonea, anche se oggi mancano i boschi di un tempo e ben pochi sono gli esemplari che possiamo osservare quasi soltanto nel Salento.

A Trifase, nel leccese, si rimane affascinati di fronte al più grandioso esemplare di quercia vallonea oggi presente in Italia: è la “vallonea di dei cento cavalieri”, un vero e proprio patriarca verde al quale si attribuisce l'”età” di 600 anni. Il tronco ha un diametro di 1,5 metri e la chioma è larga 500 mq. La quercia vallonea è pianta largamente presente in Anatolia; nel Salento pare sia stata importata dai monaci basiliani per la concia delle pelli: dalle grosse bacche della vallonea, infatti, si ricavava il tannino.
Dei grandi boschi pugliesi, comunque, resta ben poco nonostante i mille tentativi di riforestazione che sono stati compiuti anche in tempi recenti.
Si è in parte salvato il Bosco delle Pianelle, tra Martina Franca, Crispiniano e Massacra, fitto e a tratti inaccessibile, esteso circa 600 ettari. In esso insistono alcune masserie fortificate e aziende agricole di antico insediamento. Fu regno ideale per i briganti sino a tutto l'Ottocento. Attraversandolo, oltre a incontrare l'asino di Martina, una razza equina resistente e forte, utilizzata dall'esercito italiano nella prima guerra mondiale sul fronte del Carso, in alcuni periodi, si vedono sciami di persone dedite alla raccolta di funghi. Il bosco è costituito da lecci e da fragni, alcuni esemplari sono anche molto alti, e il sottobosco, ricchissimo, annovera la fillerea, il corbezzolo, il carpino. In primavera orchidee policrome danno vivace colore a vasti scampoli del bosco. Numerosi sono gli animali che ci vivono, e tra i volatili il barbagianni.
La Foresta Mercadante, tra Cassano Murge e Altamura, ha una storia recente: fu fu creata su 1300 ettari nel 1928 per far fronte alle continue frane del terreno. Il bosco è costituito da pini, cipressi, rovelli, ed è “abitata” da volpi, faine e donnole.
La grandiosità del paesaggio boschivo si gode in tutta la sua bellezza nel tratto che dalla superstrada per Bari, totalmente in pianura, ti porta a Costernino, sulle Murge: si sale per alcuni chilometri tra i freschi profumi della pineta in mezzo ad una macchia intensa e fitta che quasi occupa la sede stradale. Ma ci si deve recare sul Gargano e lungo il Subappennino dauno, per godere di un paesaggio allo stato naturale e di aree boschive ancora incontaminate.
La Foresta Umbra, uno dei maggiori polmoni verdi d'Italia, compresa nel Parco Nazionale del Gargano (dichiarato tale nel 1995 con gran parte del litorale per una superficie complessiva di 121.000 ettari) è dominata da grandi boschi di pino d'Aleppo (circa 7.000 ettari tra Mattinata e Peschici e tra Monte Barone e Pineta Mazzini, la maggiore concentrazione presente in Italia), di acero, di leccio, di faggio e di cerro (circa 12.000 ettari) dal cui legno, per decenni, si sono ricavate le traversine per le ferrovie. Non mancano lungo le colline interne e quelle costiere gli olivi e gli olivastri. Robusti tralci d'edera avvolgono spesso questi veri e propri monumenti arborei, svettanti verso il cielo, sui quali svolazzano rare specie di uccelli, mentre nel sottobosco, ricco di varie specie botaniche (sono più di 2000 quelle classificate), corrono caprioli (se ne contano un centinaio) , gatti salvatici (grandi arrampicatori e cacciatori di serpenti), cinghiali, faine, tassi, volpi.
Non molto diverso è il paesaggio del Subappennino con le alte e ampie pianure verdi e i variopinti pendii collinari. I boschi secolari, con un sottobosco ricco di vegetazione, sono il regno dei cinghiali, ma nel cielo non è raro vedere volteggiare le aquile. In questo paesaggio stupendo, attraversato da corsi d'acqua e da vallate ( si ricorda il Vallo di Bovino regno dei briganti sino alla fine dell'Ottocento), troviamo piccole interessanti comunità, con i loro usi e con i loro costumi, se non addirittura, come nel caso di Casalvecchio di Puglia, di Faeto e di Celle San Vito, con una loro lingua: nel primo si parla l'albanese e nei secondi il franco-provenzale. Si tratta di piccoli borghi nati come colonie angioine nel XIII sec., gli ultimi due, invaso da profughi albanesi nel XV sec., il primo.


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