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LA CAMPAGNA
Attraversando la Puglia da nord a sud e da est ad ovest, c'è una varietà territoriale sconosciuta ad altre regioni. Una varietà che ha non poco inciso sul paesaggio, sulle abitudini, sulla mentalità della gente di Puglia.
Questa è la regione che accanto alle città e ai piccoli borghi marinari carichi di storia, conta, all'interno, grandi e piccoli centri che hanno legato la loro esistenza alla produzione agricola e ai prodotti della terra alla quale i contadini, spesso, hatmo sottratto, metro dopo metro, per secoli, spazi per coltivare. A volte si tratta di veri e propri fazzoletti di terra delimitati dai muri a secco, costruzioni senza malta realizzate incastrando le pietre raccolte nella campagna da maestranze (paretari) ormai scomparse. Essi servivano a dividere le proprietà e sono un segno largamente diffuso, con i trulli e le pajare (ricoveri per contadini), di una architettura povera espressione della civiltà contadina.
Ulivi e viti, viti e ulivi sono il simbolo del paesaggio pugliese, da nord a sud, dal Tavoliere al Salento, dal Gargano a vaste aree della Murgia, dal barese all'area jonica.
Oggi, accanto a quelle produzioni tutte di grande qualità (non c'è angolo del mondo che non conosca ormai i vini e gli olii pugliesi), altre se ne sono aggiunte. Le ciliegie "ferrovia" di Conversano e Turi, grosse e carnose, il cosiddetto "oro rosso" della economia locale; l'uva da tavola (bianca, rossa e rosa, dai grossi e trasparenti acini e dai grandi grappoli) prodotta sotto i curatissimi tendoni dell'area attorno a Rutigliano, Casamassima, del foggiano e del tarantino... Sono produzioni che invadono ormai il mercato italiano ed europeo e che da tempo giocano favorevolmente sull'economia di vaste aree della regione. (Basti pensare che annualmente si commercializzano 15 milioni di quintali di uva da tavola). E tutto questo accanto alle tradizionali produzioni di mandorle, tabacco e soprattutto di grano.

[clicca sulle immagini per ingrandirle]

Non è un caso che, da secoli, la Puglia sia definita il granaio del nostro paese. Lo si produce a tonnellate soprattutto nel Tavoliere: una immensa distesa pianeggiante a perdita d'occhio con qua e là lievi ondulazioni, dove un tempo svernavano milioni di pecore che scendevano dall'Abruzzo e dalla Basilicata, ma anche dalla Campania, e che oggi, invece, è solo custode di quella storia.
Di quel mondo agricolo-pastorale rimane ormai ben poco: ci sono qua e là scampoli di fratturi (le strade della transumanza), ci sono gli jazzi, (grandi spazi recintati dove si radunavano le pecore), le masserie grandi strutture agricole, centri, per secoli e in tutta la regione, dell'economia legata alla terra. Restano, a Cerignola, le fosse per conservare il grano (centinaia di grandi buche panciute scavate nella roccia, che "ospitavano" il grano in attesa che fosse venduto o prelevato per le esigenze familiari); ma ormai, di quel mondo, c'è solo il ricordo: non ci sono i massari, non ci sono i pastori, non ci sono i traini (i carri agricoli a trazione animale che hanno scavato nei secoli, con le loro ruote, profonde carrarecce anche sulla viva roccia), mancano gli zappatori, e tutta una umanità che nella fatica del lavoro dei campi trovava il senso della propria esistenza.
Di quel mondo resta ormai ben poco, e solo nei musei della cosiddetta civiltà contadina, dove si conservano gelosamente gli attrezzi di un tempo: gli aratri, le zappe, le vanghe, i campanacci, i carri, gli "ornamenti" dei cavalli e degli altri animali da tiro, i grandi piatti in creta dove mangiavano in gruppo padroni e contadini, i maestosi telai per la produzione dei tessuti, gli abiti del lavoro e quelli della festa...


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