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SAN NICOLA DI CASOLE
A poco meno di quattro chilometri a sud di Otranto, prendendo la litoranea che conduce a Porto Badisco, la mitica insenatura nella quale sarebbe approdato Enea, e a Santa Cesarea, località turistica rinomata per le terme sulfuree, poco prima della grande stazione radar dell'Aeronautica Militare, svoltando a destra in una proprietà privata, attraversando un lungo viale alberato, ci si trova di fronte ad una masseria sorta intorno ai ruderi, molto pochi in verità, della chiesa di San Nicola di Casole.
Del monastero e degli alrti ambienti che un tempo ospitavano i monaci che, al suono della simandra, alle prime luci dell'alba, si dedicavano alla preghiera, alla cura dei campi, alla copiatura dei testi classici greci e latini, non resta alcunché se non pochi brandelli di colonne della antica chiesa.
Il monastero di san Nicola di Casole viene fondato nel 1098 da Boemondo e da sua madre, Costanza. Fu Boemondo, infatti, a donare il casale di Casole ad un gruppo di monaci basiliani guidato da Giuseppe, il primo igumeno del futuro monastero, e a sovvenzionare la costruzione del piano politico quanto su quello religioso.
Nel giro di pochi anni, Casole diviene una sorta di college all'inglese – scrive Cesare Daquino nel suo Bizantini in Terra d'Otranto (Capone, 2000) – dove si offrivano gratuitamente insegnamento, vitto e alloggio a quanti erano interessati a conoscere la letteratura e la filosofia greca, ma anche classici latini. Otranto, in quel tempo, era una sorta di avamposto della chiesa greca nella penisola e la locale sede arcivescovile dipendeva direttamente da Costantinopoli: scontati dunque i profondi legami con l'Oriente.
A Casole i monaci, vestiti con un'ampia tunica di colore nero, con cappuccio dello stesso colore, si dedicavano alla preghiera e allo studio: disponevano di una grande biblioteca, bene supremo del cenobio, e, sotto la guida del proto-calligrafo, che sovrintendeva ai capostipiti, riproducevano le grandi opere dell'antichità.
Il cenobio di Casole, che disponeva di “succursali” in tutta la Terra d'Otranto (le metochie), diviene così, anche per la qualità e l'autorevolezza degli igumeni (gli abati), ai quali tutti i monaci dovevano obbedienza e rispetto, ponte con il mondo orientale, con il quale, per quasi quattro secoli, conserva strettissimi rapporti.
Casole, infatti, nell'agosto del 1480, dopo che i turchi assaltano Otranto con una ferocia inaudita, viene messa a ferro e fuoco: vengono uccisi i monaci presenti nel monastero, bruciate le suppellettili, si distruggono molti documenti che erano stati per secoli gelosamente conservati.
Del grande patrimonio custodito nella biblioteca di san Nicola, oggi, nonostante gli studi accurati, si sa ben poco anche se molti volumi, miracolosamente sfuggiti alla furia distruttiva dei soldati ottomani, sono conservati in prestigiose biblioteche italiane e straniere.

Comunque, distribuite sul territorio, scavate sotto terra, di cripte la provincia di Lecce ne conta moltissime.
A Carpignano Salentino la cripta delle sante Marina e Cristina, nella piazza centrale del paese, conserva i più antichi affreschi bizantini datati e firmati: il Cristo Pantocratore e l'Annunciazione del 959, firmati da Teofilatto, un Cristo in trono del 1020 a firma di un altro frescante greco, Eustazio, e una serie di Santi, dai grandi occhi, con panneggi fluenti e dai colori vivacissimi dall'azzurro al rosso porpora, al giallo, all'ocra, al bianco. A Giurdignano, interessantissima dal punto di vista architettonico, recentemente recuperata, ma con poche e quasi illeggibili tracce di affreschi. Ad Otranto, lungo gli scoscesi declivi della Valle delle Memorie, ma anche in città, si possono ammirare i resti di complessi criptici ipogei nei quali purtroppo ben poco è rimasto degli affreschi.
E poi, a Vaste, la cripta di santo Stefano, quasi totalmente spogliata degli affreschi, scavata lungo un costone roccioso; a Poggiardo, dove, nel museo locale, sono conservati gli affreschi del XIII sec., staccati dalle pareti e restaurati, della cripta di santa Maria degli Angeli, un complesso scavato nel tufo nei pressi della Chiesa Madre; a Ortelle, la cripta della Madonna della Grotta; a Veglie, quella della Favana, …
Per non parlare della ricchezza iconografica delle chiese, ricchissime di santi e madonne bizantine, a volte con affreschi che ricordano scene del Vecchio e Nuovo Testamento: a Otranto, nella chiesa di san Pietro, nel cuore della città antica, a pianta quadrata, tipico esempio di architettura orientale; a san Mauro in Alezio, ma vicina a Gallipoli, isolata e svettante sull'arida roccia; a santa Marina a Muro Leccese; a Soleto in quella di santo Stefano.


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