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LE GRANDI CATTEDRALI
Mentre nel sud della regione, verso la fine del Mille, la cultura orientale, innervata com'era nel tessuto sociale e religioso, continuava a costruire o scavare piccole chiese e cripte, nel centro nord della Puglia si aprivano i cantieri per edificare le prima grandi cattedrali romaniche.
All'inizio del secondo millennio, i Normanni occupano largamente il Sud e la Puglia e, subito dopo, Federico II, il puer Apuliae legatissimo alla nostra regione, consolida e organizza grandi opere di difesa senza ostacolare, spirito laico qual'era, quelle religiose. Dopo di lui, sono gli Angioini a continuare le opere pubbliche in parte già programmate e, soprattutto con quel bigotto di Carlo I, intorno al 1268-69, a costruire chiese e grandi cattedrali. In questo quadro, nel quale si può intravedere una certa continuità storica, nonostante gli scontri e le lotte che pur si registrano, prende il via una stagione artistica che durerà alcuni secoli, alla fine della quale a Trani, a Troia, a Bitonto, a Bari, a Ruvo, a Rutigliano, ad Altamura e in tante grandi piccole città sorgeranno quelle imponenti e maestose cattedrali che lasceranno a bocca aperta i visitatori dei secoli successivi.
Sono opere che, di primo acchito, per l'impianto, i portali, le finestre, gli interni, perfino i materiali, si rassomigliano molto tra di loro, anche se l'una è diversa dall'altra per i mille particolari che sfuggono all'occhio dei più.
Somigliano, ma sono diverse.
Somigliano perché sono spesso opera degli stessi progettisti (i magistrati e i protomgistri), degli stessi scalpellini, delle stesse maestranze o dei loro discepoli.
Sono diverse perché sono espressione della cultura del tempo, di una cultura cosmopolita, nient'affatto, come può pensarsi, provinciale.
Gli influssi orientali, d'Oltralpe ci sono tutti e, come giustamente sottolineano gli studiosi, essi furono frutto della cultura di chi ci dominava (gli Angioini portano non poche maestranze francesi da noi), ma anche di altri fattori: gli intenso scambi commerciali; le esperienze dirette fatte in altri luoghi (si pensi alla visita che Federico II fece alla mosche di Aqsa a Gerusalemme, dove il sultano Malik al-Kamil, suo grande estimatore, lo fece accompagnare da Ibn Wasil, il quale annotò: “Giunto alla nicchia della preghiera, ne ammirò la bellezza, ammirò la bellezza del pulpito e ne salì i gradini sino al sommo”; volendo memorizzare sin nei particolari, aggiungiamo noi, il luogo per la ricchezza e la raffinatezza decorativa, oltre che per la soluzione architettonica); i Crociati che, dopo la permanenza in Palestina, rientravano in Italia e la Puglia era la loro prima tappa; le minoranze presenti sul territorio (si pensi ai Saraceni di Lucera, che in fatto do arte e cultura continuavano ad esprimersi da islamici); gli ordini cavallereschi e religiosi come iCavalieri Teutonici e Cistrcensi.
Ma veniamo alle fabbriche che da nord a sud si susseguono le une alle altre. Quasi tutte occupano un luogo centrale del tessuto urbano che si sviluppò intorno alla chiesa o al castello. E di fronte alla facciata e all'ingresso, grande spazio (si guardi a quello, grandissimo, di Trani) per le celebrazioni liturgiche più importanti alle quali partecipava tutta la comunità. Solo raramente la cattedrale soffoca tra le altre costruzioni (si pensi a Rutigliano, ma anche a Barletta): se così è, si pensa si tratti generalmente di edifici posticci rispetto all'originario luogo di culto.
Scendendo da nord a sud incontriamo, nel foggiano, la cattedrale di Bovino, dedicata all'Assunta, uno dei più antichi esempi di romanico pugliesi: a tre navate, una sola abside, con colonne e capitelli, e la facciata più volte rifatta per le continue distruzioni e ricostruzioni subite dalla città. Sempre in Capitanata vi è quella di Troia, dedicata anch'essa all'Assunta, con le grandiose porte bronzee opera di Oderisio da Benevento, che le realizzò per conto del vescovo Guglielmo nel 1119. unico nel suo genere per la maestosità che esprime, ma anche per le merlettature e i trafori, oltre che per gli animali fantastici e mostruosi che lo racchiudono, il rosone: a undici raggi, esso occupa la parte superiore del prospetto il cui ordine inferiore è un inseguirsi di arcatelle cieche.
Le origini della fabbrica risalgono al'XI secolo, ma subì varie trasformazioni e diversi interventi nel corso dei secoli successivi: essa colpisce anche per il materiale bicromo con il quale fu realizzata. La città fu sede vescovile tra le più antiche della regione e ospitò un concilio ecumenico.

Della cattedrale romanica di Foggia, rimane ben poco se non le arcatelle cieche su lesene del piano inferiore. Essa, dedicata a santa Maria detta Icona Vetere, fu realizzata da Bartolomeo da Foggia uno dei protomagistri che lavorò a lungo per gli Svevi e per gli Angioini in diverse opere pubbliche. Fu lo stesso Bartolomeo a costruire nel 1223 il palatium dell'imperatore Federico II, che, come si sa, amò Foggia come nessun'altra città. Del palazzo federiciano, che doveva essere molto grande, ricco di marmi e di sculture varie, resta solo un arco oggi inserito sulla parete esterna del museo civico. Ritornando alla cattedrale, che doveva essere comunque una fabbrica molto imponente proprio per la presenza dello Svevo, danneggiata dal terremoto del 11731, fu ricostruita in stile barocco nella parte superiore e venne rifatto anche il campanile.
La cattedrale di Trani, imponente da tutti i punti di vista, si alza sul mare nella parte ovest del grande porto, attivo e pieno di vita sin dall'antichità. Essa è posta quasi di fronte al maestoso castello federiciano. Un grande spazio divide i due monumenti ed anche questo contribuisce, come se non bastassero da sole le misure ( il prospetto è alto 38 metri e largo 28), a dare alla costruzione, con il campanile alto quasi 60 metri, ulteriore e maggiore slancio.
Dedicata a san Nicola Pellegrino, un giovane greco che predicò in città il Cristianesimo e che morì a Trani nel 1094, la cattedrale fu eretta in varie fasi tra il 1097 e il XIII secolo, anche se il periodo più intenso dei lavori si svolse tra il 1159 e il 1186. essa sorge sulla chiesa di santa Maria della Scala, a tre navate, sotto la quale vi è l'ipogeo di san Leucio, il vescovo di Brindisi le cui reliquie furono qui traslate nel VII sec..
L'impianto è a croce latina e a tre navate e, come tutte le chiese romaniche, dispone di uno spaziosissimo interno che dà un senso di semplicità e austerità.
E' comunque l'esterno che colpisce e stupisce con la facciata a capanna, le arcate cieche che si susseguono lungo tutta la fabbrica, il grande portale centrale nel mezzo di otto arcatelle istoriate, che poggia su un alzato con leggero parapetto al quale si accede da due scale, e ancora il grande finestrone e il rosone centrali perpendicolari al portale, entrambi circondati da figure di animali aggettanti. Se poi si scende nei particolari è il portale centrale, chiuso da una grande porta in bronzo del 1180 opera di Barisano da Trani, che lascia stupiti per il ricchissimo susseguirsi di figure di uomini, animali mostruosi e fantastici, tra girali di fiori.
Il campanile, nella parte iniziale del Duecento firmato da Nicolaus Sacerdos et Protomagister, si staglia netto e altissimo su di una larga base quadrangolare nella quale si apre un grande arcone ogivale. Finestre di varia grandezza si aprono sui diversi livelli: sono opere del Trecento così come la cuspide che poggia su di una sorta di tiburio ottagonale
Il duomo di Ruvo, a differenza di tutte le altre fabbriche coeve, ha una facciata a falde laterali molto spioventi, conseguenza delle cappelle interne aggiunte ai lati dell'edificio, per cui il corpo centrale ha una cuspide molto alta rispetto all'insieme. Il portale maggiore, a tre ordini di cornici, ha una decorazione molto ricca, ma è l'archivolto poggiante su due grifi che richiama l'attenzione del visitatore. Perpendicolare al portale è un grande rosone a dodici raggi sul quale si apre una nicchia con una figura seduta che si ignora chi rappresenti. Restando all'esterno si noti il campanile quadrangolare, staccato dal corpo di fabbrica, alto 37 metri; fu torre di vedetta del borgo dominando una vastissima parte del territorio. L'interno della chiesa è a tre navate divise da grandi arcate poggianti su colonne. I recenti scavi sotto il piano di calpestio hanno riservato sorprese a non finire legate all'origine della città, tra cui tracce di un tempio pagano.
Ad Altamura, la cattedrale, voluta da Federico II nel 1232, più spesso rifatta alternandone notevolmente l'originaria impostazione, ha il prospetto sovrastato da due imponenti campanili, entrambi cinquecenteschi, con aggiunte barocche sulle cuspidi. Una statua dell'Assunta, alla quale è dedicato l'edificio, è nella loggetta barocca che si apre in alto, al centro del prospetto e sul grande rosone trecentesco a 15 raggi. Il portale è riccamente decorato: nella lunetta vi è la Vergine in trono, mentre sull'architrave è scolpita l'Ultima Cena, con Gesù non al centro, come di consueto, ma al lato sinistro del tavolo; ai lati dello stesso, su possenti mensole, vi sono due maestosi leoni stilofori di grandi dimensioni, opera cinquecentesca di Antonio di Andria. Somigliano per fattura e per stile a quelli della cattedrale di Acquaviva delle Fonti.
L'interno, che tra le tante opere d'arte conserva un bel presepe del lucano Altobello Persio, è a tre navate molto ampie e spaziose, e gli arconi divisori si reggono su pilastri dai bei capitelli; nonostante gli stucchi e le aggiunte conserva l'impianto originario.
“Quella di Bitonto sembra una riduzione in scala di san Nicola – scrive Pina Belli D'Elia – senza però – aggiunge – le irregolarità della basilica barese”.
Il prospetto, tipico delle cattedrali romaniche, è ben ordinato: scandito da lesene che indicano le tre navate in cui è diviso l'interno; ha un portale fascinoso per la ricchezza dei motivi decorativi leggibilissimi dopo il recente restauro, e i due laterali più piccoli non meno interessanti. Ornati vegetali, foglie d'acanto, animali, scorrono lungo tutto il portale e nel soprarco che è sorretto da due grifi sostenuti, a loro volta, da colonnine poggianti su leoni. L'architrave e la lunetta che si sviluppano su di esso sono riccamente decorati con scene dell'Annunciazione, della Visitazione, della Presentazione di Gesù al Tempio e, all'interno della lunetta, la Discesa al Limbo. Un grande rosone, su due finestre bifore, campeggia nel fastigio della facciata. Da notare gli esaforati che si aprono nella parte più alta della parete di destra con figure vegetali e animali sui capitelli a stampella.
Nell'interno il maestoso ambone del 1229, opera di Nicolaus sacerdos et magister. Su una lastra della scaletta sarebbe raffigurata una serie di personaggi di casa sveva.
Nella iconografia che accompagna la realizzazione delle fabbriche religiose accanto ai numerosissimi animali fantastici e mostruosi, come grifi, grifoni, strani volatili, troviamo anche leoni, aquile, elefanti, serpenti. E' il bestiario medievale che si incontra anche sui testi dell'epoca, sui mosaici, sugli affreschi. Ogni figura ha un proprio significato e ovunque si trovi (sul prospetto, sugli archivolti, sugli stipiti, sugli angoli delle pareti, sulle cornici delle finestre), arricchisce di importanza l'edificio.)

Il duomo vecchio di Molfetta che “specchia nel mare – scrive Mario Praz – le sue cupole simili a tende tartariche” è opera iniziata nel 1150 e terminata alla fine del Duecento. Dedicata a san Corrado, è una chiesa romanica a cupole in asse allineate e a forma piramidale. Non ha un prospetto imponente come tutte le altre chiese di cui abbiamo detto, perché una facciata nel senso vero non la ebbe mai. Due torri mozze si alzano sul fronte occidentale e due campanili lungo la fascia absidale.
A Bari con la imponente basilica di sa Nicola, si respira ancora aria di grandiosità. Per secoli l'edificio ha rappresentato l'esempio più autorevole del romanico pugliese ed era logico che ad esso si rifacessero promagistri e magistri di tutta la regione. I primi passi per costruire il grande edificio furono fatti dopo la traslazione delle reliquie di san Nicola da Mira a Bari, e quindi immediatamente dopo il 1087.


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